Incontro con i protagonisti del Gran Gala del Teatro: Giordano Giannini e Maurizio Ricevuto

Uno spettacolo essenziale ma potente: l’adattamento Memorie di un pazzo, interpretato da Alfio Maurizio Ricevuto e diretto da Giordano Giannini, si impone come uno dei lavori più incisivi della scena teatrale contemporanea, capace di restituire al pubblico un’esperienza emotiva profonda e disturbante nel senso più alto del termine.

Ispirato al celebre racconto di Gogol’, lo spettacolo attraversa il confine fragile tra lucidità e follia, trasformando la voce del protagonista in uno specchio deformante ma lucidissimo della società, delle sue gerarchie, delle sue ipocrisie e delle sue solitudini.

La regia di Giannini sceglie la sottrazione: pochi elementi scenici, luci calibrate, un tempo teatrale che segue il respiro interiore del personaggio. Tutto converge sull’attore, chiamato a sostenere da solo il peso del racconto.

Ricevuto affronta il ruolo con un’interpretazione intensa, mai compiaciuta, capace di oscillare tra ironia, disperazione e tenerezza. La follia non è mai caricatura, ma condizione umana portata all’estremo.

Ad entrambi è stato consegnato l’Attestato di Riconoscenza del Gran Gala del Teatro di Lerici e nell’occasione li abbiamo intervistati.

Giordano Giannini

D. Giordano, arrivi al teatro da un percorso legato al cinema e alla critica cinematografica. Come hai affrontato la tua prima regia teatrale?

R. Con buon senso, semplicemente. Non è il mio settore. Negli anni universitari ho sostenuto tre esami gravitanti attorno al Teatro (storia, forme della drammaturgia, nozioni di gestione delle imprese) ma non era minimamente sufficiente. Amo, tuttavia, Gogol’. Moltissimo. Questo, dunque, doveva essere l’approccio: muovermi nell’adattamento scenico del racconto ”Memorie di un pazzo” come attraverso gli appunti per una lezione (non dissimile da quelle di letteratura e cinema che, per qualche anno, ho tenuto al Centro Studi Italo-Russo di Firenze) con la differenza che l’interlocutore non avrebbe dovuto soltanto ascoltare bensì provare a rivivere ciò che dicevo, traducendolo in azioni e gesti concreti. Determinante è stato fidarmi dell’attore, Maurizio Ricevuto: da professionista rifinito quale è (oltre a possedere una particolarissima ”maschera” naturale) ha fatto intimamente suo il testo sicché mi limito a piccoli consigli, correzioni, intenzioni nonché a fargli scoprire di prova in prova suggestioni mutuate dalla cultura russa nella sua interezza: storie ma soprattutto musica e pittura… Un esperimento, insomma.

D. Chi è abituato ad analizzare e giudicare le opere degli altri, quando passa alla regia si trova dall’altra parte dello sguardo. Che cosa ti ha sorpreso di più di questo passaggio dalla critica alla creazione?

R. Vivo l’analisi filmica come una forma di creazione: l’opera diventa sempre ”qualcos’altro” quando passa per la penna di chi la studia e la commenta, l’importante è che non se ne snaturi il senso, friggendo aria. Così è per me questa nuova esperienza teatrale, del tutto inattesa: è evidente che certe trovate (la selezione dei brani musicali, in particolar modo) risentiranno dei miei gusti, della mia visione del mondo nondimeno è fondamentale che lo spirito di Gogol’ non sia tradito e che al pubblico giunga integro il ritratto di un uomo, in fondo, buono. Intollerabilmente buono, per il quale fantasticare e ricordare hanno finito per sostituire totalmente, dolorosamente il vivere. Come accade a moltissime persone, incompatibili con il mondo esterno, ancora oggi.

D. Dopo questa prima esperienza teatrale, pensi che il teatro diventerà uno spazio stabile del tuo lavoro o resterà un incontro necessario ma unico?

R. Difficile a dirsi. In questo periodo della mia vita sarà bene per me lasciarmi aperta ogni via, ogni possibile porta… Come ho detto, si tratta di un esperimento… Se dovesse riuscire bene non escludo di continuare ma sarà necessario, a quel punto, maturare in relativa fretta competenze e finezze che ancora non possiedo. Il contatto con varie maestranze tecniche penso sarà incisivo in tal senso… Il cinema e l’educazione di giovani e adulti all’immagine audiovisiva rimangono, al momento, prioritari.

Maurizio Ricevuto

D. Maurizio, in “Memorie di un pazzo” il confine tra lucidità e follia è sottilissimo. Come hai lavorato per entrare nella mente del personaggio senza trasformarlo in una caricatura, ma restituendone tutta la fragilità umana?

R. Premesso che entrare nel personaggio di Popriscin è difficilissimo in quanto per tutta la durata della pièce ha continui sbalzi di umore che, proprio per questo motivo, potrebbero far cadere l’interprete nella caricatura. Io ho cercato di andare oltre le battute lavorando sulla psicologia del personaggio per poterlo rendere più umano senza badare all’esteriorità. Non è stato facile perché in certi momenti un po’ caricaturale deve esserlo ma senza esagerare. Non dimentichiamo infatti che coloro che hanno determinati problemi sono persone che soffrono psicologicamente e che meritano il massimo rispetto. 

D. È uno spettacolo che vive quasi interamente sull’attore, sul corpo e sulla voce. Qual è stato l’aspetto più difficile – o più rivelatore – di questo confronto così diretto con il pubblico?

R. È uno spettacolo in cui l’attore è  “tutto” e con corpo e voce deve trasmettere le emozioni del personaggio interpretato. A mio parere le due cose devono coesistere, bilanciandole bene proprio per esprimere al meglio i sentimenti estremamente contrastanti del personaggio. Credo che usando con consapevolezza voce e corpo si possa catturare al meglio l’attenzione del pubblico veicolando il vero messaggio che si vuole trasmettere.

D. Questo testo parla di isolamento, incomprensione, bisogno di riconoscimento. Che cosa pensi che Memorie di un pazzo dica allo spettatore di oggi, in un tempo che sembra sempre più affollato e sempre più solo?

R. È  una pièce in cui l’alienazione sociale, la frustrazione, la crisi di identità in una società molto gerarchizzata anche a livello lavorativo, sono sentimenti  contrastanti che, nel personaggio diventano quasi un tarlo che gli rode l’anima. Chi di noi non cerca, come lui, di dare un senso alla propria esistenza elevando il proprio status? Bello, nel finale, il rivolgersi alla madre vedendola come l’unico porto sicuro e come la sola che può davvero aiutarlo e non tradirlo. Tutto questo rende la pièce di forte attualità,  stimolando il pubblico a riflettere anche su sé stessi e la propria vita.

Una lunga tournée attende lo spettacolo! Prossimo appuntamento per la messa in scena di “Memorie di un pazzo” venerdì 30 gennaio al Teatro Petrolini di Roma.