La Compagnia Teatrale Pullecenella & C. si è aggiudicata uno dei riconoscimenti del Gran Gala del Teatro a Lerici (SP), confermandosi come una realtà di riferimento nella diffusione del teatro napoletano nel Levante ligure. Un presidio culturale autentico, capace di coniugare memoria, impegno sociale e qualità artistica.

Ernesta Manselli e Luigi Aversa, sulle scene dagli anni 90, giungendo nel 2008 alla Spezia, si sono ritrovati con Marinella Petrone ed il compianto Francesco Toscano, eccellenti attori del teatro napoletano e con Carmine Esposito: esperto tecnico, ponendo le solide basi della Compagnia Teatrale Pullecenella & C. che oggi è composta da attori non professionisti che hanno però raggiunto nel tempo un livello di preparazione e consapevolezza scenica altamente professionale. Un percorso costruito con rigore, passione e continuità, che ha permesso al gruppo di formare e coinvolgere anche numerosi giovani interpreti, oggi parte integrante di produzioni di notevole valore artistico.
Al centro dell’attività di Pullecenella & C. vi è la valorizzazione, la diffusione e la conservazione del patrimonio teatrale e musicale partenopeo, con una missione chiara: rendere “il teatro alla portata di tutti”. Un obiettivo perseguito con coerenza anche sul piano sociale, attraverso spettacoli gratuiti o a costo contenuto, rivolti in particolare alle fasce meno abbienti, affinché l’accesso alla cultura non sia un privilegio ma un diritto condiviso.
Questa filosofia è resa possibile da una gestione attenta e responsabile dei processi produttivi, che consente di contenere i costi senza rinunciare alla qualità. Da quattro anni, inoltre, la compagnia ha scelto una formula espressiva capace di dialogare con un pubblico sempre più ampio: una recitazione che mantiene intatta la forza del dialetto napoletano, affiancata da una sapiente “traduzione simultanea” di alcune espressioni chiave, così da preservare l’autenticità dei testi senza compromettere la comprensione.

Per la stagione in corso, Pullecenella & C. porta in scena Uomo e galantuomo, capolavoro comico di Eduardo De Filippo. La commedia racconta le disavventure di Gennaro De Sia, capocomico di una sgangherata compagnia di guitti, ingaggiata per una serie di rappresentazioni estive in una località turistica. Un classico gioco di equivoci e scambi di persona innesca una sequenza di situazioni grottesche e irresistibili, che coinvolgono tutti i personaggi e mantengono costante il ritmo comico, nel solco della migliore tradizione eduardiana.
Il riconoscimento ricevuto al Gala del Teatro premia non solo uno spettacolo, ma un percorso culturale e umano che da decenni testimonia come il teatro possa essere insieme memoria, divertimento, impegno civile e condivisione.

Nell’occasione abbiamo intervistato Luigi Aversa, fondatore e anima storica della Compagnia Pullecenella & C., che con grande disponibilità e cortesia ha risposto alle nostre domande, offrendo uno sguardo approfondito sul percorso artistico e umano del gruppo.
D. Portate in scena la commedia napoletana in dialetto, una lingua ricchissima e musicale. Che ruolo ha per voi il dialetto oggi: è soprattutto memoria, identità o uno strumento ancora potentissimo di comicità e verità teatrale?
R. La lingua napoletana ha la peculiarità di essere espressiva perché capace di svelare i sentimenti dell’anima, e portarli direttamente a chi ascolta. Anche se per assurdo non sai scrivere, a Napoli, da sempre “teatro a cielo aperto”, il parlato rende efficacemente il pensiero grazie all’utilizzo di precise parole, complementari ad una gestualità, compresa anche da “nu furastiero”. È dallo straniero che il napoletano ha mutuato tanti nuovi vocaboli, durante le innumerevoli dominazioni della Città. Parole che hanno avvicinato, che hanno fatto comprendere, sopravvivere, mangiare e che oggi sono parte della nostra inconfondibile ed orgogliosa identità. Però riusciamo a comprendere gli scritti dei nostri autori, perché conosciamo la loro storia, i loro modo di pensare e di essere, che in fondo è anche il nostro, ci appartiene. A Napoli, da qualunque parte e da chiunque provengono, le voci della strada, della piazza, del vicolo, della “rariata” (scalinata), sono perfettamente comprensibili perché scolpite nella nostra mente, nel nostro cuore e sono espressione della nostro essere napoletani. Nella nostra lingua napoletana, ricchissima per la sua musicalità, il tono della voce, l’accento sulle parole, la velocità in cui esse vengono dette, l’espressione del volto, possono cambiare nettamente il significato di una frase. Pertanto un complimento può essere percepito come un’offesa o viceversa. Esempio: “chill’è ‘nu figlio ‘e ‘ntrocchia” può essere riferito comicamente ad una persona furba che si sa districare abilmente nelle difficoltà, oppure ad uno spregevolmente malandrino. Quale altra lingua è così complessa ma nello stesso tempo così semplice ed efficace?
D. La commedia napoletana in dialetto è il cuore del vostro lavoro. Che cosa vi permette di dire in dialetto cose che l’italiano non riuscirebbe a raccontare con la stessa forza?
R.I nostri giovani attori, sebbene alcuni nati e vissuti qui al nord, utilizzano sovente il nostro linguaggio, per la sua efficacia comunicativa. Spesso lo usano anche fuori dal contesto teatrale utilizzando parole o addirittura frasi onomatopeiche, che rendono perfettamente il pensiero. Il teatro, la canzone, la poesia napoletana è famosa in tutto il mondo, ma la Compagnia Pullecenella & C., conscia che non tutto il suo pubblico comprende alcune frasi o parole essenziali ad esprimere un preciso concetto, da circa tre anni adotta un linguaggio più comprensibile, mediante un allenamento recitativo, che mantiene le irrinunciabili espressioni insieme alla sua traduzione, trasmettendone così il vero concetto o uno stato d’animo. Per la Compagnia è stato più facile rappresentare le opere di Eduardo De Filippo, che affrontare il processo di rendere comprensibile le opere di autori come Scarpetta e Di Maio, scritte in un dialetto molto stretto, per essere compreso da quella particolare fascia sociale a cui le opere si ispiravano: il popolo che affollava i vicoli dei “Quartieri Spagnoli”, del “Pallonetto di Santa Lucia” del “Vasto”. Queste opere venivano rappresentate dalla Compagnia dei fratelli Maggio al teatro San Ferdinando, nonché dalla compagnia di Luisa Conte e Nino Taranto al Sannazaro e, poiché questi storici teatri, sono ubicati nei quartieri eleganti napoletani, ben presto suscitarono l’interesse della borghesia che trovava in esse uno spaccato di vita autentica, raccontato con un linguaggio compreso da tutti. Pertanto queste “opere popolari” sono entrate nella pregevole storia del Teatro Napoletano e adattate in un lingaggio più comprensibile, vengono rappresentate ancora in tutto il mondo, con quella musicalità linguistica e costruzione della frase che, al napoletano doc, fa capire addirittura il quartiere, la zona, la città di provenienza del suo interlocutore e talvolta anche il modo di pensare.
D. Vi muovete dentro una tradizione fortissima, da Eduardo in poi. Come si fa, secondo voi, a rispettarla senza trasformarla in qualcosa di museale o nostalgico?
R. Siamo stupiti e contenti quando per strada incontriamo qualche amico della Spezia o della provincia che ci ripete con compiacimento una nostra battuta in lingua. È cosi che ci rendiamo conto che il nostro obiettivo di tramandare e diffondere il nostro teatro, anche con lavori scritti più di un secolo fa, è stato raggiunto. È diventato un modello di esprimersi condiviso per la sua efficacia, che non fa parte del passato, ma è ancora vivo e vegeto perché abbiamo la fortuna e la capacità di farlo conoscere al nostro amato pubblico. Persone che con Napoli “non hanno niente a che spartire”, ma che apprezzano non solo il lavoro teatrale napoletano in quanto tale, ma che esprimono, seppur con un linguaggio “storpiato”, un sentimento, uno stato d’animo, una situazione; rendendo quell’espressioni attuali e più vive che mai.
D. Nelle vostre commedie il pubblico ride molto, ma spesso dietro la risata c’è uno sguardo profondo sull’animo umano. Quanto è importante per voi questo equilibrio tra comicità e verità?
R.. La comicità è insita nel popolo napoletano, perché anche una tragedia o uno stato di indigenza e degradazione deve essere affrontato necessariamente con ironia per poterlo superare. È un equilibrismo continuo, una difesa immunitaria di un popolo da sempre disgraziato, ma pieno di risorse, che ha la necessita di tirare avanti. “Si mortifica ogni giorno pe ‘na manica e fetiente” è la famosa strofa cantata in “ ’a Città ‘e Pulecenella” di Mario Mattone. Questa frase descrive esattamente la contraddizione del popolo napoletano, caratterizzato da persone d’amore, da persone perbene, da artisti e purtroppo anche da chi non merita di essere napoletano. Ecco la contraddizione ed il continuo adattamento di “Pullecenella”, che nasconde, dietro la sua maschera, il suo mutevole stato d’animo, dovuto alle altrettante mutevoli situazioni, ma che si “arrangia” e tira avanti. Eduardo De Filippo nelle sue opere, fondendo risate e dolore, ci da uno spaccato autentico della società dei suoi tempi, purtroppo ancora oggi molto attuale e pregevole di essere ancora raccontata.
D. Le vostre scenografie sono sempre molto curate e sembrano quasi un personaggio in più. Come nasce il lavoro scenografico e quanto incide sulla costruzione della commedia?
R. Per la Compagnia Teatrale Pullecenella & C. i costumi, gli arredi e le scenografie che identificano gli ambienti, sono molto importanti perché devono accompagnare la recitazione degli attori nel percorso suggestivo della storia per la sua completa comprensione. Certamente con i soli arredi non si potrebbero rappresentare i nostri lavori, ma una scenografia completa e suggestiva ci aiuta. Infatti rispettando esattamente la tradizione del Teatro Napoletano, esprime immediatamente all’aperura del sipario, il contesto in cui la storia si svolge: ricchezza, nobiltà, miseria, degrado, folclore. Ricordo la complessità della scenografia di Napoli milionaria, che passava dalla misera casa di Gennaro Jovine al salotto pacchiano di Amalia, realizzato durante l’assenza del marito con il denaro guadagnato sfruttando la povera gente. Ricordo la scenografia de “Il medico dei Pazzi” che dalla scena che si svolge al bar della Torretta, passa all’elegante salone della pensione Stella. La scenografia che ora stiamo progettando per “Uomo e galantuomo”, consta di ben tre ambienti diversi: la sala di un albergo di provincia, l’elegante casa del Conte Tolentano e la sala della questura. Le nostre irrinunciabili e ricche scenografie sono autoportanti e certificate resistenti al fuoco. La progettazione accurata di esse le consente di essere adattabili alla grandezza dello spazio in cui la commedia va in scena. Ogni sito in cui avverrà la rappresentazione ha il suo progetto della scenografia e i nostri attori sono allenati a recitare e muoversi in uno spazio, parallelo al pubblico, variabile dai 5 ai 9 metri e perpendicolare dai 5 ai 6 metri. Tenere disponibili queste scenografie rappresenta per noi la spesa più grande: sia per la loro conservazione in un locale preso in affitto, sia per tenerle in perfetto stato di conservazione e per provvedere alla loro manutenzione. Come è molto oneroso il noleggio del furgone per trasportarle in maniera adeguata, insieme al nostro prezioso impianto luci ed audio.
D. Guardando avanti, come immaginate il futuro della commedia napoletana? Pensate che il teatro dialettale abbia ancora molto da dire alle nuove generazioni?
R. Il Teatro Napoletano non si è mai fermato nei secoli ed è in continua evoluzione come lo è la sua lingua, sempre pronta ad accasare nuovi neologismi. I lavori di Petito, Scarpetta, dei fratelli De Filippo, Bracco, Viviani, Fayad, Di Maio, Ruccello, Salemme, parlano attraversando i tempi, di Napoli e dei Napoletani. Essi non si rivolgono solo ai 3 milioni e mezzo della città metropolitana ed ai 6 milioni della Campania, ma a tutti i suoi figli sparsi per il mondo e a tutti quelli che apprezzano una città millenaria, bellissima, indimenticabile, culla di una poliedrica cultura che fa di Napoli un simbolo della canzone, del teatro, della poesia, dell’architettura, dei sapori e dei profumi. Il Teatro Napoletano con il suo modo di porsi, racconta sempre nuove storie e, anche se porta in scena un lavoro di tanti anni fa, questo appare sempre meravigliosamente nuovo e diverso da quello che si è fatto la sera precedente. Infatti il pubblico del Teatro Napoletano partecipa, fa parte dello spettacolo e la Compagnia gli da quello vuole. Custodire questa tradizione, diffonderla e tramandarla, è un immenso piacere e fonte di orgoglio. Ho scritto qualche anno fa, una serie di quattro commedie dal titolo “Cose che sulo a Napule succerono”, che è il prosieguo della Commedia “è tornata Marisella” in cui racconto le vicende dell’avvocato De Pasquale e della sua famiglia. Racconti che presentano uno spaccato di vita contemporanea, che ironicamente possono accadere solo a Napoli, città dove tutto è organizzato e nel momento stesso disorganizzato, prevedibile ed imprevedibile. Come accade in “Agenzia Patrimoniale” ed in “ Studio Associato”: altri due miei lavori nei quali, il genio innato nel nostro popolo riesce a trovare sempre una soluzione che accomoda tutto e tutti. Il futuro è nei nostri giovani che si avvicinano al Teatro Napoletano per parteciparvi con passione, perchè è ancora oggi apprezzato in tutto il mondo, per la capacità di evolversi ed adeguarsi ai tempi. Dove le espressioni dialettali si fondono armoniosamente con la lingua italiana, come nel teatro di Eduardo De Filippo, che ha reso eterne le sue commedie, proprio superando la divisione tra gli idiomi, facendoli perfettamente convivere, mantenendone però inalterata l’espressività della sonorità linguistica e la gestualità. La Compagnia Teatrale Pullecenella&C non è composta da professionisti, ma da persone professionalmente molto preparate perché alcune di esse sulle scene da oltre trent’anni. Perciò riscontriamo che il nostro Teatro è vivo, perché lo troviamo nell’interesse dei nostri giovani e nell’incoraggiamento nel nostro pubblico che ci segue, ci aspetta e ci considera, dandoci così impulso sulla strada del miglioramento continuo.
(Foto di Ubaldo Battolla)
